Il tenore Fabio Armiliato riconquista la sua Genova con un Maurizio di Sassonia da antologia

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Adriana Lecouvreur mancava delle scene del teatro genovese da oltre trent’anni e non era mai stata eseguita nel teatro Carlo Felice.

Ci viene proposta nell’elegante produzione firmata regia, scene e costumi da Ivan Stefanutti caratterizzata da una bicromia che solo in alcuni momenti viene rotta da alcuni drappi, da effetti di luce  e nel finale del quadro dell’attrice Lydia Borrelli che si colora alla morte di Adriana: un effetto emozionante che dà un grande valore aggiunto a questa produzione.

 

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Il racconto viene ambientato anziché nel 700, come da libretto, nel periodo della belle epoque, il periodo in cui è stata composta l’opera e nel quale regnavano le figure delle grandi dive del teatro come Sarah Bernard, Eleonora Duse e appunto Lydia Borrelli. La regia si avvale in questa produzione di un cast composto da veri cantanti attori assolutamente credibili anche per le phisique du role:

Amarilli Nizza affronta il ruolo di Adriana in una produzione che lei stessa aveva creato nel 2002 e la trova ora maturata e completamente a suo agio in tutta la tessitura. La voce è in alcuni momenti molto bella e, passato il momento di emozione dell’aria di sortita “io son l’umile ancella”, si scioglie nei duetti con Maurizio e soprattutto con la Principessa alla fine del 2o atto. Convincente nel monologo di Fedra, da però il meglio di se nell’aria “Poveri fiori” del quarto atto, dove mostra fraseggio, colori e un canto legato sostenuto da fiati lunghi e perfettamente sostenuti. Emozionante nel finale, convince per la sua capacità di calarsi perfettamente nel personaggio.

 

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Come scritto nel titolo, superlativa è stata l’interpretazione del tenore Fabio Armiliato che ha offerto una prova davvero magistrale nel difficile ruolo di Maurizio di Sassonia: un’interpretazione che a nostro avviso non ha rivali nell’attuale panorama tenorile internazionale. Forte di un carisma scenico da grande attore, Armiliato sfoggia una vocalità che nel tempo è cresciuta di qualità e di bellezza timbrica, mantenendo squillo e intensità in tutta la gamma e soprattutto una vibrazione ferma e regolare impressionante per un cantante con alle spalle una carriera di oltre tre decenni! La sua musicalità e la tecnica consolidata gli consentono di poter cesellare l’aria di ingresso, “La dolcissima effige” da farci ricordare i grandi del passato con l’aggiunta di una modernità di fraseggio e di accento che destano meraviglia. Nel secondo atto rende l’arioso “L’anima ho stanca” in tutta la sua intimità e disperazione toccando l’anima degli ascoltatori come raramente mi è capitato di provare. Splendidi i duetti con la Principessa e Adriana per portarci al racconto del terzo atto affrontato con spavalderia e cura dei dettagli in un crescendo culminato con acuti sfolgoranti. Un brano temuto da tutti i tenori, reso in modo quasi sorprendente da farci rivalutare questo brano non sempre degno di essere ricordato. Nel finale dell’opera dà il meglio di sé nel duetto con Adriana, dove gli accenti commossi e la linea di canto legata la fanno da padroni in un susseguirsi di emozioni indimenticabili. Una recita davvero da incorniciare e ricordare per il tenore genovese.

 

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Giuseppina Piunti debuttava il ruolo della cattiva Principessa di Bouillon offrendo una prova convincente per la sua grande capacità interpretativa, restituendo al personaggio il giusto carattere. La Piunti non ha certamente la vocalità a cui si è abituati per questo personaggio, ma tuttavia non cade nella trappola di voler esagerare e usa la sua voce in modo molto corretto e musicale uscendo vincitrice da questa sfida.

Alberto Mastromarino incarna la figura di Michonnet con grandissima sensibilità e con una vocalità che a tratti ci ricorda ancora il grande baritono. Molto bene esposto il racconto del “monologo” nel primo atto, anche lui nel finale riesce a entrare nelle corde del dramma vivendo con emozione ogni parola cantata.

Una menzione particolare per l’Abate di Didier Pieri che mostra una vocalità sempre più matura e gioca con il personaggio in modo assolutamente convincente, così come convincenti sono il Principe di Benetti e i quattro commedianti interpretati da Marta Calcaterra, Carlotta Vichi, Blagoj Nakosky e John Paul Huckle.

Ottima la direzione di Valerio Galli ricca di slanci e sfumature che ha guidato l’orchestra del Teatro Carlo Felice in gran forma.

Applausi sentiti e calorosi per tutti con picchi di entusiasmo per i quattro protagonisti e soprattutto per Fabio Armiliato, visibilmente emozionato per questo ritorno nel suo teatro e nella sua città.

 

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