BREVE STORIA DEL SEGNALIBRO DI MASSIMO GATTA. INTERVISTA ALL’AUTORE

di Laura Bonelli

Un viaggio in un mondo meraviglioso e assai più variegato di quello che si possa pensare.

Breve storia del segnalibro di Massimo Gatta (Graphe.it) racconta di un oggetto, comunemente associato al libro, che in realtà reclama una propria indipendenza.Un piccolo saggio colto e piacevolissimo che si muove tra i materiali legati all’arte, alla scruttura e al pensiero.

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Il segnalibro: oggetto o soggetto?

Direi entrambi. In effetti ci troviamo di fronte a un oggetto materico paratestuale che nello stesso tempo, però, può diventare esso stesso testo, cioè contenitore di informazioni di volta in volta grafiche, semiologiche, storiche, editoriali, pubblicitarie. Da strumento funzionale allo scopo, che la sua lunga storia ovviamente gli riconosce, il segnalibro diventa, direi tra fine Ottocento e Novecento, soggetto sempre più spesso avulso dal suo contesto naturale, che è appunto, e semplificando, il libro cartaceo. Cioè si inizia lentamente a leggerlo in modo diverso, anche come oggetto dotato di una propria, specifica e ricca personalità A ciò hanno contributo i tanti artisti che soprattutto a metà del Novecento, hanno iniziato a disegnarli, arricchendoli con la loro grafica. Gli esempi sono molteplici, ma per rimanere in Italia emblematico è l’esempio di Federico Seneca e dei due segnalibri che disegna per la Perugina, e che documento nel mio libro. Ebbene quanti, osservandoli, penserebbero immediatamente al loro utilizzo pratico e non invece a conservarli gelosamente? Nasce in quegli anni il fenomeno del collezionismo di carte povere, dal titolo di un bel libro di Ermanno Detti sulla grafica nel quale però, stranamente, non inserisce i segnalibri.

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Federico Seneca, Segnalibro Perugina

Qual è l’aspetto che più ti ha affascinato nella ricerca per questo saggio?

Questo libro nasce una prima volta molti anni fa a Napoli, edito dal libraio antiquario, editore e amico Gaetano Colonnese, che vorrei ricordare con affetto. Nacque in una veste di eleganza liberty, tipica del suo gusto, della sua raffinata cultura grafica; in quella piccola edizione a forma di segnalibro, il libretto era conservato in un contenitore cartonato illustrato e conteneva anche sei segnalibri son frasi dedicati al tema libro. Era una edizione senza illustrazioni e con un apparato di note ridotte al minimo. Fu anche utilizzato come catalogo di una piccola mostra di segnalibri che Colonnese organizzò nella sua libreria di Napoli. Da allora iniziai a studiare meglio la storia secolare di questo oggetto grafico e nello stesso tempo a raccoglierli, a collezionarli. Mi resi però conto, erano gli anni Ottanta, che già il mercato si stava saturando perché quasi ogni attività commerciale produceva un segnalibro, non solo gli editori e i librai, ma molti altri. Questo comportava una raccolta indifferenziata e di una mancanza quasi assoluta di pregi grafici; accanto a questi segnalibri generici e spesso davvero brutti, però, venivano realizzati segnalibri artigianali, pregiati, addirittura raccolte intere di segnalibri tematici, che si vendevano alle mostre del libro, dell’editoria. La raccolta diventò abnorme e faticosa, e mi dedicai allora a scegliere solo quei pezzi di particolare pregio, alcuni venivano addirittura proposti nei cataloghi di librerie antiquarie. E dalla raccolta passai a scriverne, come avvenne per i segnalibri che la casa editrice Sellerio ideò e stampò per ciascun titolo della loro prima, prestigiosa Collana editoriale, La Civiltà perfezionata, creata e seguita da Leonardo Sciascia. Conservo alcune lettere che scambiai con Elvira Sellerio la quale, con molto garbo e gentilezza, mi mandò quasi tutti i segnalibri di quella Collana, che sono veramente belli e raffinati, e lo studio che ne trassi, che piacque molto a Marco Santoro, venne pubblicato su una prestigiosa rivista specialistica, “Paratesto”, che lui dirigeva.

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Giovanni Cariani, Ritratto di Giovanni Benedetto Caravaggi

Materiali diversi, pensieri diversi. Il segnalibro indica solo un punto da ricordare oppure si presta ad altre interpetazioni?

Il segnalibro, come ho accennato prima, è solo apparentemente un oggetto, principalmente cartaceo ma non solo ovviamente. Esso ci mette in rapporto con alcuni aspetti importanti della nostra relazione col libro e con la lettura. Interrompere la lettura e riprenderla; segnare un passo importante, ricordarlo, avere memoria anche logistica di una frase, una poesia, un periodo. Il segnalibro diventa il mezzo che abbiamo per non smarrire le parole, e quando non abbiamo a portata di mano un segnalibro canonico ci rivolgiamo a quello che abbiamo sottomano: carta comune, cartoline, biglietti del treno, fiori e foglie, lettere d’amore, fino ad arrivare agli orrori di Antonio Magliabechi, il grande erudito settecentesco, che usava fette di salame e sarde quali segnalibri. Ma il segnalibro consustanziale all’uomo è il suo stesso indice della mano, che usiamo per tenere momentaneamente il segno in un libro. Lo faceva anche don Abbondio citato nei Promessi Sposi, e lo fecero tanti personaggi illustri immortalati nella grande pittura ritrattistica italiana del Cinque e Seicento, che io documento nel libro.

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Il libro digitale dei nostri giorni come ha trasformato il concetto di segnalibro?

Non lo ha trasformato, esso è solo l’evoluzione naturale digitale di un oggetto culturalmente significativo in un contesto, è bene ricordarlo, che ammette, nello stesso tempo, sia il segnalibro cartaceo (o di altri materiali) sia quello digitale. Questa è la democrazia che amo, nella quale sussistono sulla medesima scrivania il libro di carta e il computer, e quindi in essi trovano ospitalità il segnalibro classico e quello elettronico, in una convivenza che mi auguro duri ancora per molto.

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Massimo Gatta (Napoli, 1959) è bibliotecario dell’Università degli Studi del Molise. Studioso di editoria del Novecento, tipografia privata, bibliografia, grafica aziendale, storia della carta, storia della libreria, storia della bibliofilia e di aspetti paratestuali del libro. Nell’ambito di tali settori ha organizzato diverse mostre bibliografiche. Ha collaborato al supplemento domenicale de «Il Sole 24 Ore». Da 20 anni collabora al periodico «Charta», oltre che a «La Bibliofilia», «Bibliologia. An International Journal of Bibliography, Library Science, History of Typography and the Book», «Paratesto. Rivista internazionale», «ALAI. Rivista di cultura del libro», «PreText», «Fogli. Rivista dell’Associazione Biblioteca Salita dei Frati di Lugano», «la Biblioteca di via Senato», «Utz», «Percorsi», «ImPressioni», «Colophon», «L’Esopo», «Wuz», «Cartevive», «Il Domenicale», «Leggere:Tutti», «MenSa. Culture e piaceri della tavola», «Contributi biblioteconomici». Fa parte del comitato di redazione di «ALAI. Rivista di cultura del libro», organo dell’Associazione Librai Antiquari d’Italia e della Collana ‘Piccola Biblioteca Umanistica’, edita da Olschki e del comitato scientifico de «la Biblioteca di Via Senato». E’ direttore editoriale della casa editrice Biblohaus di Macerata, specializzata in bibliografia e bibliofilia. Per l’editore Palladino di Campobasso ha diretto la Collana “DAT – Documenti d’Arte Tipografica”. E’ autore di circa 500 pubblicazione, tra le ultime: L’Aldo degli scrittori. La figura e l’opera di Aldo Manuzio nell’immaginario narrativo (secoli XVI-XXI), (Biblohaus, 2018), Metallibri. Latta, ferraglia & bulloni nell’editoria futurista (Biblohaus, 2018), Segnalibro e Librai, librerie et amicorum. Appunti per una bibliografia (Biblohaus, 2018), Come e perché mantenere in perfetto disordine i propri libri (FuocoFuochino, 2019).


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