KURDISTAN. UTOPIA DI UN POPOLO TRADITO. INTERVISTA ALL’AUTORE MARCO GOMBACCI

di Laura Bonelli

 

Per far posto a tutti i passeggeri, mi avevano dato in braccio i fucili ancora caldi che fino a poche ore prima erano stati utilizzati per sparare ai tagliagole dell’Isis. Una strada sterrata ci stava portando ai primi posti di blocco. Notai, sul cruscotto della macchina, un crocifisso che oscillava a ogni buca nella quale il minibus fatalmente incappava. Alcuni di loro avevano tatuate sul collo delle croci, altri delle scritte in curdo oppure versetti del Corano in arabo. Mi colpí una giovane ragazza che teneva con fermezza il fucile tra le mani, pronta a usarlo in un qualsiasi momento.

(dall’introduzione di Kurdistan. Utopia di un popolo tradito)

 

KURD

 

Un saggio che ripercorre la storia politica e sociale del popolo curdo scritta da un giornalista che ha visto con i propri occhi la situazione nei momenti di massima crisi. Kurdistan. Utopia di un popolo tradito di Marco Gombacci (Salerno Editrice) è un testo che aiuta il lettore a chiarire il contesto delle notizie che, purtroppo quasi quotidianamente, riempiono notiziari e giornali. Una popolazione che attraverso guerre su tutti i fronti sta cercando una propria autonomia di pensiero e appartenenza, anche a costo della propria vita.

 

Come è nata l’idea di scrivere un saggio che racconta la storia del popolo curdo fino agli eventi più recenti del 2019?

Mi sono recato nel Kurdistan iracheno nel 2016, quando era in corso l’assedio a Mosul contro l’Isis. Sono stato sulla linea del fronte con i Peshmerga curdi iracheni. Poi nel 2017 mi sono recato a Raqqa, ancora in mano allo Stato islamico, con i soldati cristiani siriaci e successivamente sono tornato in Siria del Nord durante la battaglia per la riconquista di Deir Ezzor. Durante questi viaggi ho vissuto quotidianamente con i soldati, politici locali, cittadini che mi spiegavano la rivoluzione unica nel suo genere che avevano messo in atto e come avessero scelto una “terza via” durante la guerra civile siriana: non con Assad ma nemmeno con i ribelli anti-Assad. Libertà religiosa, convivenza tra diverse etnie, ecologismo, parità tra uomo e donna erano i pilastri del nuovo sistema socio politico nella Siria nord orientale. Un sistema di cui in Occidente poco se ne è parlato e la cosiddetta “Rivoluzione del Rojava” è rimasta una “Rivoluzione dimenticata”, per questo ho sentito il bisogno di raccontarla e descriverla.

 

kurdi

Marco Gombacci

 

I soli amici dei curdi sono le montagne” è un detto popolare che lei riporta nel suo libro. E’ davvero così?

I curdi sin dalle guerre russo-turche di fine ottocento, passando per il Trattato di Sévres del 1920, le armi chimiche di Saddam fino ad arrivare al più recente tradimento di Trump, sono stati continuamente traditi dall’Occidente che prima li ha utilizzati per poi abbandonarli. Il detto “I soli amici dei curdi sono le montagne” è destinato ad essere detto ancora per molti anni. Purtroppo.

 

kurdistan map

 

Un popolo che vorrebbe pace e non riesce ad ottenerla. Perchè?

I curdi vivono in un area che è divisa tra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Pensare di avere un unico Grande Kurdistan è impensabile senza aprire un conflitto senza precedenti in un’area tra le più tumultuose del mondo. Per questo, nel suo saggio “Confederalismo democratico”, Abdullah Ocalan, leader e fondatore del PKK (Partito del lavoratori curdi) ha chiesto ai curdi di non ricercare più uno “Stato curdo” ma invece creare delle comunità autogestite, un esperimento di democrazia dal basso, in maniera da non creare uno Stato-nazione, idea che, secondo Ocalan, deriva dalla cultura capitalistica.

 

KURDISTAN2

 

Qual è attualmente il ruolo della donna in Kurdistan?

Le donne curde sono l’emblema della Rivoluzione. Sono delle lottartici e combattenti uniche nel loro genere. Le ho incontrate in Siria del nord, pronte per combattere accanto ai loro colleghi uomini in prima linea contro le bandiere nere dell’Isis, senza chiedere posizioni arretrate o “di facciata”. Quella è veramente un’uguaglianza autentica, reale, ottenuta anche con il sangue. Per quello l’Occidente dovrebbe guardare a quelle donne con estremo rispetto, non dimenticandosi di loro ogni volta che sono in difficoltà.

 

kurdis

 

Lei è stato più volte in quei luoghi. Che impressioni, emozioni ha provato?

Il fatto di entrare a Raqqa e vedere da lontano le bandiere nere dello Stato islamico, vedere ragazzi combattere per la loro libertà, le donne imbracciare il fucile, vedere cristiani e mussulmani pregare assieme, essere protetto da uno sconosciuto quando eravamo sotto tiro di un cecchino, sono emozioni uniche che non sono facili da dimenticare. Con alcuni dei soldati è anche nata una vera amicizia. L’obiettivo è quello di tornare in Siria il prima possibile per fare un reportage sull’offensiva turca che sta minacciando il sistema che i curdi avevano realizzato.


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